Mistero Buffo

Ricordando Dario Fo tra risate divine e dissacranti, al Teatro Olmetto fino al 17 ottobre

Quando si cresce mangiando pane e teatro, ritrovare Mistero Buffo di Dario Fo nella stagione teatrale 2004-2005 del Teatro Olmetto è come rincontrare il primo amore, provare nuovamente il sapore del primo bacio. Era il 1976, quando Dario Fo, dopo oltre dieci anni di esilio dalla televisione di stato con cui aveva rotto nel 1962 per le insopportabili censure ai suoi sketch in Canzonissima, tornò su Rai Due con Mistero Buffo.

Così, noi adolescenti degli anni settanta, scoprimmo che  il teatro non era solo scandito da infinite ripetitive stagioni di Goldoni, Pirandello, Ibsen, Shakespeare, ma poteva essere fatto da un solo uomo, vestito di nero, al centro di uno spazio spoglio ricavato in una palazzina occupata, con un pubblico di giovani, vecchi, operai, massaie, impiegati accovacciati intorno a lui, che con mimica formidabile, uno sghignazzo, un salto, uno sguardo stralunato e  l’antica lingua dei giullari, padana mista a provenzale, catalano e chissà cos’altro, il grammelot,  riusciva con la sola forza della narrazione a ridare vita proprio ai tanti giullari e commedianti dell’arte che dal medioevo fino a lui, il grande Fo, avevano preso per il culo il potere di ogni tipo: ecclesiale, politico, culturale, nazionale, razzista, classista, conservatore.

Adesso, con la pirotecnica interpretazione di Eugenio De' Giorgi, anche lui vero Zanni redivivo mentre racconta di Caino e Abele, dei miracoli di Cana e la resurrezione di Lazzaro, di Bonifacio VIII  e in cui ritroviamo la forza, l’energia e l’amore per la narrazione del Fo di un tempo, a cui si aggiunge la filologica regia di Vito Molinari, questa nuova messinscena ci restituisce emozioni che credevamo perdute, momenti in cui avevamo creduto che l’arte potesse rendere migliore il mondo e forse cambiarlo per sempre in un posto dove l’unico rumore assordante fosse quello delle risate e degli applausi per un matto, un giullare che racconta storie sacre e profane trasformando la piazza in teatro e il teatro in piazza e l’uomo in un essere libero e pensante e non in un pollo di batteria.