Marcido Marcidorjs

Torna il "capitano" Mackie Messer in testa alla Banda dei Marcido

I denti del  pescecane servono a mordere le prede, a smembrarle e le musiche e i testi di Weill e Brecht, durante gli anni della Repubblica di Weimar fecero questo contro l’ipocrisia borghese, l’assurdità delle guerre, lo sfruttamento del proletariato e delle
donne, infine contro il nascente potere nazista.

Cosa rimane di tutto questo nel concerto-spettacolo dei Marcido al Teatro Verdi? Forse solo un’eco sbiadita in bianco e nero, con qualche lampo di vero istrionismo da parte di alcuni componenti del gruppo, la straniata interpretazione dei testi, proprio come richiesto dal Teatro Epico-Narrativo brechtiano.
Questa la chiave di lettura del volenteroso esperimento di musica teatrale: in tempi come i nostri il pescecane non ha più denti per mordere, certamente invecchiato o senza eredi alla sua altezza.

Le intenzioni parlano di cabaret e, sulla scena, gli intenti sembrano quelli, ma del grande cabaret di Valentin con il quale lavorarono e al quale si ispirarono gli stessi Weill e Brecht non c’è più nulla, perchè quei tempi sono così lontani da essere per i più un dagherrotipo con personaggi sconosciuti.

Il merito che va alla Banda dei Marcido è di voler portare proprio a questa riflessione attraverso la recitazione "straniata", la musica sghemba e stonata che impedisce al pubblico ogni tipo di identificazione emotiva, dicendogli che sta assistendo ad una finzione, ad una vicenda da sottoporre al vaglio della ragione.
Una ragione che dice allo spettatore di prendere coscienza, di non farsi cloroformizzare.
Perciò possiamo dire: Viva Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa, ultimi eredi di un teatro, di un mondo, di un modo di pensare che non sono più!

di Marcello Sinigaglia

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Teatro Verdi

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