Le sonorità tribali di McFerrin

Applausi al Manzoni per il concerto milanese del cantante newyorkese

In principio erano i suoni: il fragore dei ruscelli o la melodia scatenata dalle foglie che cadevano in terra. Poi arrivò il suono della voce, emessa da quello strumento strabiliante che è il corpo umano. Il canto a cappella – cioè senza l’impiego di strumenti musicali – è una modalità di espressione canora che affonda le radici in tempi remoti, ovvero nelle prime pagine della storia dell’umanità.

La performance di Bobby McFerrin ieri al Teatro Manzoni si è rivelata la ciliegina sulla torta della ventesima edizione della rassegna Aperitivo in concerto.
Il ritorno del cantante newyorkese era molto atteso dalla platea milanese. Tutti sanno bene che la particolarità di questo grande artista è l’esecuzione musicale con il solo accompagnamento della voce.

McFerrin sale sul palco con una t-shirt e un pantalone nero. Il pubblico si immerge subito in questo rituale musicale che ci riporta alle suggestive sonorità tribali del continente nero. L’intero corpo di McFerrin diventa una cassa di risonanza, un versatile strumento a percussione che evoca suoni nuovi e scintillanti sfumature.

Un percorso libero nella gestione dell’approccio alla musica che rompe con gli schemi del pentagramma,  dando spazio all’improvvisazione. Così rivisitazione di classici come l’”Ave Maria” di Schubert o “Blackbird” di Paul Mc Cartney si sviluppano e si riallacciano a una serie di sapori ancestrali, amalgamati da una tecnica impeccabile di improvvisazione. Il richiamo al pianeta jazz è evidente.

Il pubblico viene coinvolto e sale sul palco, diventando da spettatore un irresistibile protagonista. Applausi a scena aperta per questo performer pieno di humor e di talento.

di Rosario Pipolo