Le rane di Aristofone

Grande lezione di regia la messa in scena di Ronconi allo Strehler

E’ sempre difficile porsi di fronte ad un testo classico. L’imbarazzo aumenta soprattutto quando una commedia del IV secolo a.C. sembra così attuale da imporsi come denuncia irreversibile degli orrori e degli errori di un assetto sociale.
E’ in scena allo Strehler dal 28 febbraio al 24 marzo, dopo il successo della passata stagione, Le rane di Aristofane, impeccabile rilettura corale di Luca Ronconi di un grande classico greco.

La commedia dell’autore greco fotografa Atene in un momento di crisi politica e sociale. L’unica possibilità di salvezza – e qui rifiorisce intatto il senso civile di Aristofane – resta la discesa agli inferi di Dionisio per riportare sulla terra il poeta tragico (Eschilo o Euripide), il solo capace di salvare questa polis corrotta ed in declino.
Ronconi riporta la decadenza ateniese e il mito della desacralizzazione (il rapporto uomo-dio si è completamente capovolto) nella società moderna, tra auto derelitte, smog e traffico. E’ lecito pensare a questo punto che non c’è neanche più pace tra gli dei.

Il Dionisio – interpretato magistralmente da Massimo Popolizio – è una divinità sull’orlo della disfatta, che ha smarrito la sua potenza summa. La geografia metropolitana è rappresentata da una città-fantasma, una sorta di scasso per auto/esseri umani, condannati ad essere rottami per sempre. Neanche la pioggia catartica che cade sul palco riuscirà a depurare l’atmosfera.

Ronconi ci regala una fantastica lezione di regia, lasciandoci una speranza: forse il teatro, nonostante il vento di questo tempo furioso, riuscirà a salvarci dall’inferno che ci circonda, ovvero l’Ade amplificato dalle volgari immagini televisive in un mondo che vuole soltanto apparire e non essere. Lodevoli le interpretazioni di Francesco Colella, Lele Vezzoli, e Domenico Bravo. Superano la prova anche le scene di Margherita Palli, i costumi  di Gianluca Sbicca e Simone Valsecchi, e le musiche di Paolo Terni. Questa lezione di teatro non la dimenticheremo facilmente. Speriamo anche gli studenti che dovrebbero accorrere ad applaudire un classico che riscopre la sua modernità in un percorso di regia tra passato e utopia.

di Rosario Pipolo

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