Inti Illimani

Al Festival LatinoAmericando la storica band andina che omaggia i peruviani

I sogni e le utopie, quelli di tanti anni fa. I sogni e le utopie del Cile di Allende che voleva riscattare un passato di soprusi ed umiliazioni. Nel 1967 nella capitale cilena si cominciò a parlare di un gruppo di musicisti che avrebbero rappresentato un vessillo di impegno politico e sociale.

Sono gli Inti illimani, un pò invecchiati ma ancora pieni di verve, che ieri sera sono arrivati a Milano al Festival Latino-americando. Li aspettavamo con ansia perché sapevamo che ascoltarli sarebbe stata una corsia preferenziale per passeggiare in un viale di storia che non possiamo e dobbiamo dimenticare.

Pensavo a quando questi "grandi messaggeri di pace" sbancarono nel 1973 con "Viva Chile" e "Cantos de Pueblos Andinos", tanto da far storcere il naso all'usurpatore Pinochet che li costrinse ad andare in esilio. La storia non si può rinnegare né dimenticare, persino quando si parla di musica.

Ieri sera il meglio della musica andina è stata di scena nello spazio antistante al Forum di Assago tra strumenti a fiato, ad arco e di percussioni. I brani scorrevano mentre il pubblico di tutte le età li ascoltava con entusiasmo, nonostante il fastidio delle zanzare. I classici sono diventati memoria ma senza suonare troppo sulle corde della nostalgia. Lo dicono gli stessi Inti illimani che "non bisogna lasciarsi crocifiggere dalla nostalgia altrimenti non c'è futuro".

Quarant'anni di belle canzoni e brani strumentali che alimentano la visione del mondo latino: dai luoghi sacri ai piccoli scorci di vita quotidiana, dagli amori finiti alla paura per l'incertezza del tempo che scorre. Il momento più magico resta l'omaggio all'Italia che per loro è una seconda patria: un tributo musicale a Nino Rota e al cinema di Fellini, una rivisitazione personale e intensa di Buona notte fiorellino di De Gregori e una splendida tarantella napoletana, realizzata con la complicità del grande musicologo partenopeo Roberto De Simone.

Prima del concerto ho scambiato quattro chiacchiere con lo storico componente Jorge Coulon che ha ricordato: "Il Cile in cui abbiamo iniziato a suonare era diverso. Affacciandoci dalla finestra più che un sogno c'era una speranza. Purtroppo quella speranza col tempo è stata cancellata da scelte politiche diverse da quelle che desideravamo. Tuttavia, noi guardiamo sempre al futuro perché non si può restare soltanto prigionieri della memoria".