Incognito

Al Blue Note tutti uniti in uno stesso groove

Gli Incognito operano nel territorio della Funky music. Non a caso il loro primo album di 25 anni fa si intitola "Jazz Funk". Ma come orientarsi nel funk? Il mio vocabolario Oxford traduce "funk" come "grande paura”. Non mi fornisce un grande aiuto.
Come delimitare il  territorio del funk?
Sul lato nord metterei James Brown. Il suo funky r&b è un riferimento per tutti. Potrei affiancargli Steve Wonder ai tempi di I Wish.
A sud, all’ estremo opposto, posizionerei Herbie Hancock ai tempi dell’ album Head Hunters. Lontano da James Brown per armonie e melodie, ma vicino per il groove. Eumir Deodato e George Duke potrebbero sedere al fianco di Hancock.  Tutti dietro a un  piano elettrico Fender Rhodes.
 Al lato est, posizionerei Sly & The Family Stone che hanno insegnato a molti come si suona il basso elettrico e hanno influenzato perfino Miles Davis.
Ad ovest? Mi rimane solamente un posto e non posso che lasciarlo  a Quincy Jones.
Ora che il territorio della funky music è delimitato, possiamo cercare di capire se gli Incognito stanno dentro, stanno fuori, oppure vanno dentro e fuori.

Martedì24 maggio al Blue Note, il primo spettacolo è tutto esaurito. Mi concedono di entrare al secondo set. In anticipo sulla massa di persone che attende fuori. In tempo per vedere sul palco dieci microfoni, sei chitarre , flauto, flicorno, sax, trombone e un bel piano Fender Rhodes con cassa Fender piazzata sotto.
Ma quanti sono i musicisti?
Il leader Jean Paul Maunick alla chitarra, la vocalist storica Maysa Leak e altri dieci.
Sfilo la scaletta posata sul palco sotto una bottiglia di acqua Panna. Dodici brani. La mia preferita "Don’t you worry about a thing" di Steve Wonder è la decima.
Eseguiranno proprio questi? Meglio stare ad orecchie aperte.
Alle 11 e 20 non c’ è più uno sgabello libero. Il funk attira pubblico. Lo aveva già capito Hancock molti anni orsono.

Nick the Nighfly sorride soddisfatto mentre presenta.
Partiti! La stratocaster di Maunick rompe il ghiaccio. Arriva Maysa sorridente e soprappeso. Pochi secondi sono sufficienti per capire che il feeling c’è. Da vendere.
Soul Funk? Heavy Funk? Groove Funk? Funky disco? Acid Jazz?
Dimentichiamoci le definizioni e facciamoci trasportare dalle emozioni! 
Quattro brani suonati di filato senza pause. Poi 2Mr Jones" per chi volesse un riassunto di trent’anni di funky music in tre minuti .
In trenta minuti abbiamo capito tutto. Listen to the the music precede un piccolo discorso del leader Bluey che invita tutti ad alzarsi e ballare. Tutti sono già in piedi. Parte "Don’ t you worry". Sono a dieci metri dal palco e non vedo più niente. Seduti siamo rimasti in tre. Mi alzo. Seduti rimangono in due. Ovazione da concerto rock. 
Scommetto su "Still a friend of mine" come bis e vinco la scommessa anche perche’ era in scaletta e ancora mancava. Lo eseguono quattro volte in modi diversi. Tutti in piedi.
Giudizio finale? Un po’ heavy, ma coinvolgenti. Li metterei a nord  del territorio funk, vicino a James Brown con contaminazioni di Steve Wonder, Al Jarreau, Kool and The Gang  e quant’altro.

di Virginio Bertone