Ani Di Franco

L’anima dolcemente ribelle della folk-singer americana al C-Side

L’anima ribelle, femminista ed indipendente di Ani Di Franco ha colpito ancora, in veste acustica col suo bassista, Todd Sickafoose, al C-Side, giovedì 31 marzo.
La folk singer americana rifugge dalla grande popolarità in cambio di un’assoluta libertà d’espressione artistica. Questo l’ha portata, nel 1990, a fondare la Rightous Babe Records, componendo, arrangiando, registrando i suoi dischi e decidendo quando e come pubblicarli. In dieci anni Ani ha pubblicato tredici album e l’ultimo, “Knuckledown”, ha come ospite Joe Henry, cantautore e chitarrista.

La personalità eclettica di Ani si serve di strumenti che vanno dal violino al glokenspiel, dal piano ai campionamenti, alla chitarra acustica, che lei predilige. La sua performance live è di stampo intimista, solitario, ma contagiosa col suo grande e dolce sorriso. A lei va il merito d’avere rivitalizzato il genere dei folk singer, innestandoci un po’ di rock.

Quando un’artista riesce a coinvolgere e a calamitare l'attenzione del pubblico con la propria semplicità, si ha sempre la sensazione di aver assistito ad un concerto “vero”. Con un ritorno ai suoi primi passi da musicista e compositrice, in cui lei sedicenne e la sua chitarra giravano e lottavano sui palchi della periferia di Buffalo, Ani si è presentata a Milano accompagnata dal solo Todd Sickafoose, al contrabbasso.

L’atmosfera è elettrica e il pubblico, estremamente eterogeneo (dalle quindicenni piccoli cloni della songwriter, ai quarantenni in giacca e cravatta), ascolta in silenzio, perché è l'unico modo per riuscire a cogliere anche il minimo sussurro, si muove trascinato dall’estrema ritmicità del suo suonare, esplodendo in vere e proprie ovazioni.

Sfoghi di rabbia sulla chitarra con tanta grinta da rischiare di romperla, per sfociar poi in attimi di grande delicatezza, in cui il suo sfiorare le corde e soffiar fuori un filo di voce ti portano ad aguzzare l’udito e godere di quel contrasto di sentimenti: la rabbia e l’amore. Tutte le sue canzoni si riconducono a questo contrasto, che si parli di politica o di rapporti personali. La scelta di suonare col solo contrabbasso di supporto, che descritta potrebbe sembrare appropriata per una situazione estremamente seria, è sdrammatizzata dalla sua costante autoironia e dalla sua palpabile gioia nel suonare la propria musica. Lascia spazio anche alla sua anima poetica, mai separata da quella musicale, con la lettura, da parte di una sua assistente (dall’italiano abbastanza stentato, ma il suo lo è ancora di più), di alcune delle poesie pubblicate sul suo libro “Self-evident”.

Degno di nota anche Andrew Bird, opening-act e violinista aggiunto al contrabbasso nei brani più soft. Col violino, chitarra, xilofono e l’abile uso di delay e campionatori è riuscito a creare suadenti ed articolate atmosfere pur suonando da solo. Una ulteriore nota lieta in una serata da ricordare.

di Melissa Mattiussi