Ambrogio Fogar

Se ne va in punta di piedi un altro grande milanese

Milano ne avrà avuti pure di esploratori ma Ambrogio Fogar aveva qualcosa di speciale. L'indimenticabile avventuriero, scomparso l'altro giorno, ci ha lasciato in eredità una grande testimonianza: una spasmodica voglia di vivere. L'indole avventuriera gli era costata cara perché Fogar era rimasto paralizzato dal 1992 dopo una delle sue imprese.

Mentre noi eravamo soliti farci abbindolare dalla stressante routine quotidiana, questo impavido milanese se ne andava in giro per il mondo ad accarezzare ghiacciai sommersi o a contemplare con stupore le meraviglie della natura. Era sempre in movimento perché era proprio in questo dimenarsi di qui e di là che si nascondeva il senso della vita, quel significato che ognuno di noi dovrebbe cercare al di là dei luoghi comuni. Il significato della sua esistenza Fogar lo aveva centellinato su una zattera a largo delle Falkland o su quella slitta al Polo nord, in una spedizione oltre l'immaginazione assieme al cane Armaduk.

Sì, me la ricordo quella corsa tra i freddi polari che anche io ho seguito con entusiasmo, convincendomi che questo esile uomo baffuto fosse riuscito davvero a sfidare la corazza del destino che incombe su ognuno di noi. Da allora io e una combriccola di amici chiamammo Armaduk un cane randagio del cortile del nostro palazzo. E quando Ambrogio Fogar divenne un volto televisivo con il programma Jonathan dimensione avventura, quella combriccola di un piccolo paese di provincia provò ad imitarlo in piccole spedizioni a misura di bambino tra le assolate campagne del Sud. Poco dopo lasciammo perdere perché ci rendemmo conto che l'avventura non sarebbe mai potuta essere "un mestiere" ma era "un'arte", senza mezzi termini. E Fogar, che ci ha lasciato in punta di piedi, ne sapeva qualcosa.