World Press Photo: contro l'alienazione quotidiana

Una selezione delle più pregiate immagini dell'anno passato, ovvero: il più amaro dei calici

C'è chi dice che la storia recente si ricostruirà in maniera davvero oggettiva ad anni di distanza, nel futuro. Sarà, ma a vedere gli scatti del World Press Photo 2008 vien da pensare che la situazione odierna sia del tutto chiara.

NATURA - Rassegna radiografica (più che fotografica) del nostro tempo, le immagini selezionate dai membri della World Press Photo Foundation di Amsterdam ogni anno vengono esposte alla Galleria Carla Sozzani: andarle a vedere è come tornare sul pianeta terra dopo un lungo viaggio nelle terre dell'alienazione quotidiana. C'è la natura, fragile e temibile insieme. Sorpresa e commozione si alternano davanti a una foglia antropomorfa, alla luna sulle montagne dell'Alaska, ai microrganismi e ai baby pesce spada che popolano una goccia del mare delle Hawaii, ad una carcassa di orso bianco abbandonata sulla banchina polare in scioglimento. La vita e la morte. Siamo a metà percorso.

CULTURA (?) - Poi volti pagina e c'è l'uomo. Gli ultimi istanti di vita di Benazir Bhutto, stroncata da un attentato il 27 dicembre 2007. Saluta la folla dal tettuccio della sua auto dopo un comizio elettorale, poi l'esplosione. In tv abbiamo visto immagini analoghe centinaia di volte: iniziano, scorrono, passano. Qui ogni istante è eterno, lunghissimo. Non c'è telecomando per regolare il volume di un urlo, un boato, o per cambiare canale. L'immagine arriva diretta e potente allo stomaco dello spettatore a ricordargli cos'è una bomba, cos'è una guerra, cos'è il sangue e i corpi tranciati, le fiamme, le scintille e la disperazione dei vivi, l'impotenza e la morte. John Moore ha scattato una fotografia in movimento che prende lo spettatore e lo trascina al suo interno, come una ripresa in soggettiva al cinema. Vengono le vertigini.

TU CHIAMALA EMPATIA - La foto dell'anno però è quella di Tim Hetherington. Ha ritratto un soldato americano stremato in un bunker afghano nel mezzo di un combattimento. Non ci sono sangue e ferite, c'è uno sguardo, un'espressione che non ha bisogno di didascalie. Lo guardi e gli dici "Ragazzo, vieni via di lì". Stai zitto e ti domandi: "Per quanto tempo andremo avanti così?". Poi sale la rabbia, riguardi il ragazzo. Ti volti e hai voglia di abbracciare qualcuno.