Quarantanove gradi

Un viaggio in quarantanove tappe in tre paesaggi simbolo: la fabbrica, la petroliera e il cantiere

OCCHIO - Le fotografie di Marco Zanta sono nitide, pulite, talmente perfette che ad un occhio distratto possono sembrare delle fini e intricate composizioni geometriche, sovrapposte e stratificate, dai colori corposi e plastici. Quarantanove gradi può essere vista come un viaggio in quarantanove tappe all'interno di tre paesaggi simbolo, ma ogni foto gode di un senso autonomo, che viene amplificato se in relazione con il contesto della mostra.

TOPOS - I luoghi rappresentati, la fabbrica, la petroliera e il cantiere, diventano astratti, la forma prevale sull'uso. Un muro sfondato diventa cornice, una serie di ponteggi creano, grazie alla prospettiva, un'affascinante gioco di quadrati che si intersecano. Quarantanove gradi, quindi, è un'interpretazione del mondo attraverso la fotografia del mondo del lavoro. La ricerca di Zanta non è solo di tipo formale, le località prescelte hanno un valore simbolico intrinseco alla sua storia. Il fotografo partecipa personalmente, è la necessità di entrare nei soggetti fotografati per esplorare il proprio mondo attraverso ciò che è al di fuori. Per esempio la Fabbrica incarna nell'immaginario di tutti il lavoro per eccellenza, la petroliera è un ambiente meno conosciuto ma altrettanto fantasticato, esempio perfetto del viaggio. Infine i cantieri, visti come luoghi della trasformazione e del mutamento, in cui la geometria prevale sull'umanità, il lavoratore appare distratto, come un fantasma che spostandosi lascia una scia indefinita.

ARTE - L'opera di Zanta è ricca in quanto riesce a portare all'interno dell'analisi sociale un pezzo di ricerca interiore, e a far coincidere il tutto con un'interessante proposta formale. Sono molti richiami alla storia dell'arte sia antica che più recente, ma le fotografie sono anche assimilabili ad alcune forme di land art, in cui il pensiero va all'uomo, alla sua fragilità e alla sua potenza.