Pubblicità con Giudizio

La singolare esibizione mette in mostra fino al 26 novembre 40 anni di pubblicità giudicate dal Giurì

CAMBIA CANALE – Alzi la mano chi non l'ha mai detto, almeno una volta, al suo apparire. Ovviamente stiamo parlando della tanto amata-odiata pubblicità, prodotto mediatico che ha visto il suo exploit negli anni '80. Ci fa ridere, ci sconvolge, crea nuovi tormentoni e ci racconta in soli 30 secondi; non invita solo all'acquisto, ma anche e soprattutto, ci chiama a riflettere. Spesso è anche motivo di accesi dibattiti, tali da coinvolgere le autorità competenti. In Italia non c'è una legge molto articolata sul tema, quel che è certo e categorico è che non si possono promuovere tabacchi (ma diverse gare sportive in qualche modo "risanano la mancanza") e super-alcolici: non esistono temi tabù, tutto sta alla buona creanza delle menti creative. E qui hanno origine le controversie. Cosa si può dire e cosa no? Come lo può dire?

I PERCOSI – Fino al 26 novembre, la Stazione Centrale di Milano si trasforma in galleria d'arte, perché tale è la pubblicità, ospitando Pubblicità con Giudizio, interessante esibizione, che percorre 40 anni di pubblicità giudicate dal Giurì dell'Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria, evento che ha già attirato diversi visitatori (il catalogo è a cura della Fondazione Mazzotta, euro 28). Spot tv e creatività cartacea, sia su stampa sia affissioni, sono divisi nei sei percorsi: I bambini ci guardano, dove i più piccini sono i protagonisti, Credere o non credere, ovvero i messaggi ingannevoli o poco chiari (cure dimagranti docet), Scherza coi fanti, dove si impone il discusso occhio fotografico di Toscani per Jesus Jeans e Benetton, La cintura di sicurezza, contenitore di tutti i messaggi che apparentemente istigano all'uso quasi improprio dell'alcol, Colpire l'occhio, quando si sceglie la tattica dell'immagine d'impatto eccessivo e Il corpo dei desideri, ossia scherzare con la sessualità.

PUBBLICITÀ SPECCHIO DELLA SOCIETÀ – È giusto e doveroso, ove opportuno, censurare se non sospendere le campagne pubblicitarie quando, in maniera palese e più che evidente, ledono l'individuo, sia come acquirente o meno. Tutti i messaggi che "usano" la figura della donna sono una rilevante testimonianza. Molto spesso però, una sorta di eccesso di zelo e ipocrita puritanesimo tende a punire messaggi che comunque rispecchiano la società nella sua più totale attualità. Il caso Oliviero Toscani per Ra-Re 2006 ne è stata una dimostrazione. Cinema, letteratura, tv, giorno dopo giorno, raccontano e mettono in scena storie di vita gay, ma quando a farlo è il mondo dell'advertising ecco che si urla allo scandalo e alla mancata tutela dei propri diritti.