Peter Halley

La terra congelata di un eclettio e poliedrico artista

"I vivi abitano un mondo oramai privo di significato. La vita è un farsesco spettacolo di marionette, una grande facciata congelata della pseudovita, in cui la fugacità dell'esistenza viene rappresentata in modo sempre più raffinato. Oggi viviamo in una cultura che si adopera per trasformare la vita in un gelido, interminabile simulacro di sè stessa". Così esordisce Peter Halley, classe 1953, in uno dei suoi primi saggi "La terra congelata", del 1984.

Personalità eclettica, artista poliedrico, Halley fa oscillare il suo asse d'interesse in un campo abbastanza ampio. Indossando le vesti del critico d'arte e dello scrittore di testi filosofici prima e del pittore pseudo-minimal poi, l'americano Halley approda alla "consacrazione" definitiva delle proprie speculazioni filosofiche in quella che, comunemente, viene definita, Neo-Geometric-Conceptualism.

Colori fluorescenti e intonaci sintetici sono la base materica delle costruzioni geometriche che l'artista eleva a emblema, ben riconoscibile, del suo fare pittorico caratterizzato inoltre dalla continua, costante e, oserei dire, pedissequa presenza di pochi elementi: quadrati tagliati da linee verticali, barre e rettangoli.
Immagini-simbolo della società post-industriale, seguendo una definizione di Boudrillard, geometrie-simbolo di un mondo ormai completamente invaso dal rigore della struttura fisica e, come sottolinea lo stesso Halley, mentale. "...Per quanto mi occupi di geometria, sono interessato più che altro alle tecniche che questa cultura utilizza per cercare di controllare e determinare la direzione del sapere".

Una ricerca in continuo sviluppo, dunque, che vede come punto focale la metamorfosi della mente umana in relazione con lo spazio, disumanizzato, che la circonda.

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