Magritte

L'impero delle luci

Mangiare una nuvola com'è? Forse René Magritte non ne mangiò mai una, ma sicuramente vi prestò molta attenzione, dipingendone l'essenza per come la vedeva il suo umano sentire... Rincorre il vento, chiede baci con irruzioni del tempo nel tempo, frantuma il senso, scompiglia l'equilibrio delle forme, sotto il capello del cervello. Sotto il cappello l'uomo che cos'ha?

L'opera scopre orizzonti in cui violenza ed erotismo si fondono; dimensioni di incubo e sogno, sospensione del giudizio, mistero. Un sentimento nuovo. Magritte smaschera l'illusione creata dalle cose e dalle parole, denunciandone la menzogna che costituisce per definizione ogni forma di linguaggio. Scioglie le convenzioni, dà scacco matto alle convinzioni. Supera addirittura i fondamenti dell'estetica di Breton sui quali si basa la dottrina surrealista. Cartolina di un sogno dipinto a mano. Notte e giorno sopravvivono in un'unica spiazzante tela, dove la percezione naufraga, e non resta che gustarne le bellezza... "L'impero delle luci".

Disintegra l'evidenza scagliando contro la sua tela-specchio contorni nitidi, racchiudenti colori definiti, ove, posandosi, lo sguardo diventa poesia. Gli oggetti prendono vita solo attraverso lo sguardo di chi li percepisce. Magritte ridipinge il suo universo rinunciando alle pulsioni erotiche, giocando col reale, col visibile, con l'invisibile, con ciò che c'è, ma si nasconde. Dopo una prima sensazione di violenza a cui viene sottoposta la percezione, sopraggiunge un incuriosente mistero. La vitalità dell'immagine per Renè risiede nel tradimento che essa ha intrinseco. Il tradimento dell'immagine dunque è vissuto come emancipazione e l'invenzione poetica conduce alla liberazione. Denuncia tutte le convenzioni, scava nel senso fino a sviscerarne le fondamenta inconsce. Dimensione ludica tra stranezza e messinscena, tra sorpresa e uscita dagli schemi. Per il Maestro dipingere è risolvere quegli enigmi che dovrebbero ridare agli oggetti il loro senso originario, oltre le barricate innalzate dalla coscienza.

Non solo gli oggetti, ma anche gli uomini e le donne magrittiani sono esseri muti e nudi, spogli di tutte le costruzioni mentali, di tutte le costrizioni sociali, costretti solo dai contorni a loro assegnati sulla tela dal pittore. Magritte non ha la pretesa di portare nuove rivelazioni, bensì di riproporre il mondo presente secondo un'altra logica, poichè se non possono esserci degli altorve, ci potranno essere degli altri domani. I titoli sono fondamentali per comprendere le sue opere, seppur non forniscano direttamente la chiave per risolvere l'enigma. Magritte non titolò mai un quadro prima di terminarlo e spesso decideva il titolo dopo giorni dalla conclusione.

La mostra L'impero delle luci, alla Villa Olmo di Como fino al 16 luglio, inizia con "L'amazzone", considerata un "Magritte prima di Magritte", dove la costruzione cubista si accosta al naturalismo. Dietro all'amazzone, stupenda s'incontra "La donna con la rosa sul cuore", dalle morbide forme pastello. E la follia non tarda ad arrivare con l'angosciata attesa del beffardo riso del "Personaggio che medita sulla follia". Quell'angoscia che attanagliava Magritte a causa di tragici ricordi, come quello del suicidio della madre che nel 1912 venne rinvenuta annegata in un fiume con la testa avvolta nella camicia da notte. L'incontro fortuito tra realtà incompatibili, su un piano estraneo a entrambe, avviene nei "collage" d'idee, accostando elementi del quotidiano a realtà contraddtorie o apparenti... "Ritratto di Paul Nougé", "Matrimonio di mezzanotte". Si passa poi al gioco con le metamorfosi, "Incendio", "Isola del Tesoro". "La lettura proibita" è un esempio dei lavori sul linguaggio e un'ampia sezione è dedicata al periodo Vache che fa il verso alle tendenze fauviste, in reazione all'occupazione nazista, dai colori accesi e dai modi ricordanti Renoir. Inoltre molti sono i disegni preparatori e le fotografie di vita privata, che già rivelavano alcune delle inquietudini di Magritte per il visibile e l'invisibile.

La rassegna, curata da Michel Draguet, direttore generale dei Musées Royaux des Beaux Arts del Belgio, e da Maria Luisa Borràs, ospita sessanta dipinti e veti tra elttere e disegni, realizzati dal genio surrealista tra il 1925 e il 1967. Quaranta di questi sono visibili per l'ultima volta a Villa Olmo, poichè verranno poi collocati definitivamente nel Museo Magritte di Bruxelles, nell'aprile 2007. Sicuramente un evento per l'Italia.

Cosa aspettate dunque? La cornice è fantasica, sulle sponde del lago di Como, la bella stagione è arrivata... basta indossare la propria mente, non scordando che il nostro sguardo non deve cedere davanti alle nostre illusioni.