Le periferie, Sironi e il presente

Gli spazi dell'io attraverso paesaggi urbani

Mario Sironi e Constant Permeke: amico dei futuristi il primo, iniziatore dell’espressionismo belga il secondo. Due personalità diverse, formatesi in realtà culturali differenti, si incontrano in questi giorni nelle sale di Palazzo Reale. I due artisti compiono scelte stilistiche analoghe: attraverso opere maestose superano l’avanguardia e indagano ossessivamente la condizione dell’uomo.

La mostra è suddivisa in quattro sezioni: la prima, “Lo specchio dell’io”, accoglie il visitatore e presenta i protagonisti attraverso due autoritratti. Sironi ha poco più di vent’anni, da poco ha iniziato a dipingere e ancora non si è svolto il fondamentale incontro con Balla, Boccioni e Severini. Non ci offre indicazioni sul luogo in cui si trova, solo l’abbigliamento allude alla sua professione. E’ un’immagine tormentata, quasi una severa autoanalisi. Diverso è l’autoritratto, di impronta cubista, del più maturo Permeke, che appare in un ambiente domestico, proprio come vuole la tradizione fiamminga. Si trova con la sua famiglia intorno a un tavolo in una stanza piuttosto cupa, in cui l’unico barlume di luce pone in risalto il quotidiano che ha in mano, sul quale si legge “over Permeke”.

La seconda sezione, “Il genio è nell’anima”, è un’ampia galleria di volti e corpi. Pescatori, contadini e donne, tutti caratterizzati da quel massiccio monumentalismo che percorre trasversalmente l’intero ‘900. Sono eroi tragici che sembrano provenire da un tempo ormai lontano, ora inesorabilmente perduto.

La sezione successiva, “Architetture analoghe”, raccoglie le opere in cui entrambi subiscono il fascino dei paesaggi deserti, dei territori marginali: le periferie milanesi e i villaggi di pescatori affacciati sul mare del Nord. Sironi dipinge cieli cupi, strade deserte, ciminiere, gru, immensi edifici forati da finestre simmetriche, tutto dominato da colori che richiamano le tonalità dell’acciaio e del ferro, i materiali della modernità. Permeke racconta invece porti cupi, a volte inquietanti, mescolando abilmente elementi simbolisti, fauve ed espressionisti. Ciò che li accomuna è il buio, la penombra, il senso di solitudine.

Nell’ultima sezione, “Paesaggi paralleli”, è proprio il paesaggio che diventa protagonista assoluto delle opere dei due artisti. Le figure umane progressivamente svaniscono e al loro posto compaiono montagne e ammassi rocciosi nei quadri di Sironi, mare e spiagge in quelli di Permeke.

Un nuovo punto di vista sugli stessi argomenti è offerto da Francesco Jodice, che arricchisce ulteriormente la mostra indagando la quotidianità di cittadini anonimi e il mutamento della vita degli individui in diverse zone geografiche. Tra la seconda e la terza sezione è inserita una sua serie di fotografie realizzate in corso Buenos Aires a Milano. I soggetti sono persone qualsiasi immortalate in una sorta di reinterpretazione del “Quarto Stato” di Pellizza da Volpedo. E’ presente inoltre una videoinstallazione: Milano/Oostende. Jodice segue qui la quotidianità di due persone normali per sottolineare affinità e differenze in due aree geografiche lontane tra loro. Con lo stesso fine, nell’ultimo intervento mette a confronto immagini delle due città.

In connessione con questa mostra il 15 dicembre ha avuto luogo un convegno sul tema Le periferie, Sironi e il presente, nel corso del quale si sono confrontati architetti, critici d’arte, fotografi e filosofi. Nell’introduzione Vincenzo Trione ha sottolineato come per Sironi le periferie non fossero luoghi concreti e reali, bensì spazi magici, avvolti in atmosfere senza tempo. Passando attraverso The Waste Land di T.S. Eliot e gli scritti di Pier Paolo Pasolini, Trione è arrivato a delineare la situazione attuale delle nostre periferie e quella diventata recentemente nota delle banlieue parigine. Franco La Cecla si è chiesto quanto, coloro che hanno raffigurato le periferie, possano aver influito su ciò che queste sono effettivamente diventate. Ha sottolineato che la città come rappresentazione di forme pure, tipica di De Chirico e Sironi, è notevolmente diversa da quella rappresentata nell’800: nel secolo scorso compariva soprattutto come sfondo, il soggetto era la gente che la popolava. Inoltre, nel ‘900, nascono le prime riviste di architettura e contemporaneamente si modifica anche l’atteggiamento dell’architetto urbanista, che pare quasi “giocare con volumi puri” piuttosto che lavorare con reali costruzioni tridimensionali. Paolo Meneghetti ha indagato il rapporto tra periferie e cinema. Ha notato che il termine periferia non viene mai utilizzato nei titoli dei film e non è neppure presente come argomento di catalogazione. Afferma che non vengono mai specificatamente raccontate, come Sironi faceva in pittura, ma che costituiscono piuttosto lo sfondo sul quale si muove il vero soggetto:la gente che le abita. Le periferie sono quindi, soprattutto, la rappresentazione di una condizione esistenziale, una “cartina al tornasole sociologica”. L’ultimo intervento è stato quello di Corrado Sinigaglia, il quale ha espresso un’interessante provocazione: forse non bisognerebbe parlare di periferie o di gruppi che non si integrano, quanto piuttosto di nuovi centri che si creano in luoghi che in origine non erano stati progettati per questo scopo. La tavola rotonda si è conclusa con un suggestivo cortometraggio di Olivio Barbieri in cui, in un totale silenzio, scorrevano immagini aeree dell’immensa città di Shangai.