Il linguaggio della pelle d'India

"Maniere urbane contemporanee" affondano le radici nella sapienza storica di un popolo in cammino per la libertà e la pace

Un forte vento di modernizzazione, come il vento autunnale che ci sta investendo in questi giorni, soffia sull'India, portando semi che mettono radici in terreni antichi, odorosi di primordialità e superstizione. Da queste profonde radici nascono frutti postmoderni e urbani, dalle maniere contaminate.

ARTE PER LA LIBERTA' - Urban Manners, all'Hangar Bicocca fino al 6 gennaio 2008, è una risposta alle contraddizioni che oppongono città a campagna, modernità e tradizione, spiritualità e materialità, avanguardia e arretratezza. In India il rapporto fra questi elementi è più esasperato che in altri Paesi, proprio per la presenza dell'antichissima sapienza del Buddha. Pur usando gli stessi materiali e mezzi espressivi di altri artisti, le opere alla Bicocca mostrano autonomia e indifferenza nell'uso delle tecniche, risultando così fortemente all'avanguardia. Ad accogliere il visitatore è un grande e dolce elefante dormiente, che il tatto visivo fa apparire quasi reale. The skin speaks a language not is own, di Bharti Kher, affronta le questioni legate alla razza e alla cultura. E' infatti in resina di vetro ricoperta da bindi, la decorazione tipica che le donne indiane portano sulla fronte. Nalini Malani ridà vita ai racconti delle persone ignorate. Mother India dimostra come "il corpo delle donne sia stato usato come metafora della nazione. Le donne dovevano portare su di sè il segno di essere state possedute dal nemico." Una profonda attenzione nei confronti della perdita e della rigenerazione emerge nel lavoro di Anita Dube che qui ci parla di guerre e distruzione, ricoprendo di tessuto mimetico frigoriferi e macchine per cucire, in Phantoms of Liberty. Public Notice di Jitish Kallat riprende lo storico discorso del Mahatma Gandhi alla vigilia della "Dandi March", la marcia lunga 400 chilometri che durò 24 giorni. Il discorso di Gandhi, che si appellava alla "Disobbedienza Civile" più completa, è stato ricostruito su una grande parete con 5000 ossa sintetiche, rimandando la mente alla violenza subita da chi marciava col Mahatma. Altro tentativo di analizzare il tributo pagato alla violenza è Broken Branches di Atul Dodiya, che combina opere su carta, protesi e frammenti di cartelloni di Bollywood, immagini del padre in punto di morte e di Gandhi in vetrine da museo, spesso reperibili anche nelle case indiane.

REALTA', IMMAGINARIO, CRUDO E POETICO - Probir Gupta dipinge The white man's paranoia, fra diritti umani civili, lotte di classe e rapporti di lavoro. Grandi tele intense e d'impatto, come una grande parete rocciosa scolpita coi volti dell'umanità. Ranbir Kaleka fonde tecniche pittoriche e digitali, analizzando gli impulsi e i desideri passeggeri spesso difficili da definire. La poesia trova dimora nei light boxes con paesaggi in movimento, fra pavoni e rovine storiche, di Sheba Chhachhi. Il quotidiano viene cristallizzato in argento con le installazioni di Subodh Gupta. Tono poetico, bellezza e sapienza artigianale vengono usati da Reena Saini Kallat nei 12 sari rossi e marrone con testi bianchi in alfabeto Braille, tratti da tre ricettari. Raghubir Singh è uno dei pionieri della fotograifa a colori con la volontà di catturare l'interezza di una vita attraverso il singolo lampo di un momento. Raqs Media Collective indagano sulla speculazione filosofica e sulla storia. Costruzione e distruzione si sposano nelle sculure di fiammiferi di Hema Upadhyay. Cultura popolare e kitsch vanno a braccetto nelle fotografie digitali taglia e incolla di Avinash Veeraraghavan. Twelve Beds Wards, di Vivan Sundaram, è un dormitorio di 12 letti le cui reti sono suole usate e legate fra loro dalle stringhe, a simbolo dello spreco e del riciclo, ma anche della lunga strada dissestata che il popolo indiano ha percorso fino ad oggi.

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