I silenzi eloquenti di James Hill

Alla Galleria Grazia Neri un'antologica sulle immagini del fotoreporter, fra guerra e pace

L'overdose mediatica a cui siamo sottoposti quotidianamente può
paradossalmente produrre vaste zone d'ombra nella coscienza collettiva, che
riguardano realtà diverse da quelle delle comuni esistenze di tutti i
giorni. In questo buio menzognero fanno luce i fotoreporter come James Hill.

PROFESSIONE FOTOREPORTER - James Hill, nato a Londra nel 1966, si è laureato al prestigioso London College of Printing nel 1991. Ha vissuto a
lungo a Kiev, Mosca e Roma e dal 1996 lavora con il New York Times, pur
continuando ad operare come free-lance. Definisce la sua professione "un misto di momenti che vanno dalla monotonia allo straordinario, dall'eroico
all'incongruo. Come quando ti capita di vedere un uomo afgano che continua a
pregare mentre uno stormo di F18 vola sopra la sua testa".
E in particolare
riguardo al reportage dice: "Penso che la fotografia di guerra sia più casuale
che decisiva. Ci sono momenti in cui il volto pubblico di una persona viene
svelato e si vede l'altra faccia, quella che normalmente è nell'ombra, che
ci sta guardando e che racconta una storia che è molto più profonda e 
personale".

SILENZI ELOQUENTI - Gli scenari scelti da Hill sono luoghi di conflitto come
la Cecenia, l'Irak, l'Afghanistan dopo l'11 settembre, dove la guerra geme
senza sosta, i quali si accompagnano a momenti di pace ordinaria più o meno
significativi, come la morte di Giovanni Paolo II. La scelta della convivenza di immagini, apparentemente agli antipodi, risiede nell'eloquenza che caratterizza ognuna di loro, nell'impatto che hanno in chi le guarda, nelle domande che fanno scaturire. Ma soprattutto è la speranza che anima queste fotografie, soprattutto quelle degli scenari bellici, il desiderio di cercare la vita tra la morte e la
sofferenza.