Intervista a Francesco Borelli

Fenomenologia di un ballerino malinconico

Francesco Borelli: un mondo in punta di piedi fra conquiste e rinunce

Francesco Borelli, professione danzatore, è stato primo ballerino solista al Balletto di Milano, ha lavorato con Andrè de La Roche, Raffaele Paganini, Luciana Savignano, Rutger Hauer, protagonista di Blade Runner, Eujeine Stoyanov, Mvu La Sungani, Direttore Artistico Regione Lazio, ha ballato in mondo visione per la Giornata Mondiale della Gioventù. Teatro Regio di Parma, Regio di Torino, Coccia di Novara sono alcuni dei palchi che ha calcato. E teatro anche con Michele Mirabella, William Friedking, regista dell'Esorcista, e con Beppe de Tomasi, che ha diretto persino Maria Callas.

Quale spazio c’è oggi per la danza professionale in Italia?
"Pochissimo, oggi la parola danza tende a voler comprendere qualunque cosa, poche compagnie lavorano con professionalità: pochi coreografi cercano la qualità, la pulizia, il rigore, indispensabili ad una danza definibile come tale. In Italia c'è poca cultura della vera danza: la tv propone riferimenti sbagliati, si confonde professionalità con popolarità. Sembra che tutti siano in grado di ballare: un conto è muoversi o fare stacchetti banali, un conto è danzare. Non ci sono più i modelli di una volta: penso alla Cuccarini. Nota di merito, però, per quanto riguarda i musical: hanno riempito le grande platee e hanno dimostrato un bell'esempio di professionalità. Ne cito uno che ha rappresentato una sfida vinta dal teatro italiano: Sweet Charity."

Cose’è per te la danza?
"Tutta la mia vita, l'essenza stessa di quello che sono, tanto sacrificio e rigore, ma anche l'unico momento in cui mi sento bello e in pace con me stesso. A 10 anni, ho visto in tv una sigla con Lorella Cuccarini, la celeberrima Io ballerò, e ho capito di voler ballare: la danza da quel momento non è più uscita dalla mia vita, come un'ossessione, un pensiero fisso e onnipresente. Crescendo quel sogno di bambino si è attenuato ma ricopre un ruolo principe per chi, pur essendosi realizzato, continua a sentirsi un fante nel lungo e insidioso cammino che lo porterà - spero - a diventare un giorno re. E il mio scettro saranno le linee delle gambe, i salti e gli adagi."

Cosa farai quando non potrai più danzare?
"Insegnerò e farò il coreografo, scriverò di danza, racconterò la mia vita sul palcoscenico. Non so bene quando finirò: faccio i conti con il mio corpo e il tempo passa: c'è chi mantiene slancio, pulizia, salti, anche in periodi adulti. In altri casi l'avanzare del tempo non aiuta. Sinceramente non mi sento vecchio, ma nella danza inizio a non essere più un ragazzino: artisticamente sono comunque meglio di dieci anni fa. E' la vita che mi ha cambiato, non solo la tecnica: vivo la musica in maniera diversa, la interpreto con più consapevolezza e sfaccettature emotive. Oggi metto più a fuoco le situazioni che interpreto sul palcoscenico e porto sul palco tutto ciò che vivo. La malinconia è una sorta di voce guida, soprattutto quando danzo gli addii: sarà forse specchio di situazioni sentimentali precarie che, in fondo, mi appartengono."

Cosa pensi quando sei sul palco?
"Penso sempre, penso a quello che la musica mi ispira: ogni volta un nuovo senso, un nuovo colore, una nuova emozione: la miglior partner per chi danza."

Con le mani parlanti e le gambe che disegnano composizioni degne di Kandisky, Francesco si congeda elegantemente. In punta di piedi.