Dentro MiArt 2008

Per giudicare la fiera d'arte, occorre visitarla. Anche a costo di effetti collaterali, quali pericolose esperienze estetiche

La stampa l'ha preceduto con giudizi bipolari: una fiera che non riesce a decollare, anzi no, è una conferma per Milano. Per giudicare MiArt occorre andarci però davvero. E con ciò si intende anche partecipare alle iniziative nate per coinvolgere tutta Milano, come il Fuori MiArt in zona Tortona e ancora Miraggi in giro per la città, Ad Arte - viaggio al termine della notte e Serata per un'opera sola. Ma facciamo un giro nei padiglioni della Fiera, ingresso a Porta Teodorico. 

MODERNO - Si sale al piano superiore, alla reception, per poi scendere verso il padiglione dedicato al Moderno. Quel che giunge nuova, qui, è la percezione di uno spazio meno caotico e più raccolto intorno agli stand. Girovagando qua e là ci si accorge della forte presenza dei futuristi, specie Balla e Boccioni, rilanciati sul mercato dall'imminente centenario del movimento artistico d'avanguardia, con relativo codazzo di esposizioni a loro dedicate dal 2009 (una è però già in corso: a Palazzo Reale, la mostra su Balla). Il padiglione è una rassicurante conferma, grazie a parecchi De Chirico e Botero. I pastosi fiori di Morlotti e i tagli di Fontana, i cretti di Burri (uno, grande meno di una piastrella, costa 120 mila Euro: ottimo investimento in tempi incerti, non c'è dubbio), i Mirò, i Mathieu sono una gioia estetica che istiga al furto. Tutta invidia per chi da MiArt esce col quadro sotto il braccio... Nel Moderno però, non tutto è come ci si aspetta. Da Colossi Arte Contemporanea c'è la sorpresa Francesco De Molfetta, con le sue sculture provocantie provocatorie, da Cocco Siffredi a Popp Art (i titoli sono tutti un programma), e Super Market della Genetica.

CONTEMPORANEO - Salpare verso il Contemporaneo è un po' come lasciare i caldi lidi vacanziferi per tornare alle indaffarate metropoli: inevitabile la nostalgia, e pure la scoperta di stimoli nuovi e necessari. Qui c'è l'iperrealismo di Luciano Ventrone (da Studi Forni), la fotografia dello scandaloso giapponese Nobuyoshi Araki (Galleria Elleni), i ritratti di Mao Tse Tung creati con la successione della sigla 47AK (indica le armi kalashnikov) dell'artista cinese Zan Da Li (Project B Contemporary Art), i paesaggi milanesi di Velasco e l'immancabile Damien Hirst, concentrato questa volta sulle farfalle con un'opera fra le più costose esposte a questo MiArt (esposto dalla galleria Cardi). Rispetto al passato c'è meno provocazione gratuita, più ironia, ben venga. Attenzione alle gallerie straniere: le viennesi, ma anche la giapponese Kitai, da Tokyo, e la svizzera Carzaniga, da Basilea.

La panoramica è ampia, certo non abbraccia tutto quel che la scena internazionale ha da offrire, anche a causa della defezione di alcune gallerie rispetto agli anni scorsi, ma un'aria diversa un po' si respira. Come sempre non mancheranno le "frangette" che guai a perdersi il MiArt, come sempre non mancheranno quelli che "Ah no, il MiArt ti prego no". Il bilancio finale è positivo pur senza toccare l'eccellenza, a cui bisogna puntare. Direbbe con la sua saggezza Samantha Jones di Sex & the City: "Non dire no, se non l'hai provato". E se proprio vi manca l'aria, fatevi un giro in Via Savona - Tortona - Forcella - Voghera.

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