Collettiva al femminile

Quattro giovani artiste ci portano in un viaggio all'insegna di passione, suggestioni e grande sensibilità

Simona Vigo, curatrice della Collettiva al femminile, allestita presso la Galleria Agoràrte di Milano, fino al 31 marzo, ci accompagna in un viaggio fra le tele, all'insegna di passione, suggestioni e grande sensibilità. L'arte vista è fruizione libera e soggettiva; l'arte spiegata, proposta, il cui senso è suggerito e posto in condivisione, è prerogativa e abilità di pochissime persone con un animo che pulsa e che, attraverso le linee di un racconto, si dà.

FRA VIOLENZA ISTINTUALE E SOLITUDINE DELL'IO - Barbara Rodriguez Nuesch, argentina, propone creature archetipe ancestrali, esemplari antropomorfi, animali nella loro naturale tensione aggressiva, istintiva e istintuale, priva di giudizio, non scelta - a differenza dell’ambito umano- e, per questo motivo, non giudicabile dal punto di vista etico. Che siano fiere feroci o cuccioli indifesi non importa: tigri, aquile, lupi e cigni si scontrano in una lotta fra chiari e scuri dove le figure escono con violenza dalla tela emergendo da uno sfondo piatto e quasi incolore. Daniela Benedetti, alla sua prima esposizione nella galleria, agisce in una prospettiva figurativa, quasi fotografica, attraverso le tracce di una pittura cruda, scabra, inquietante al primo impatto, dove si inseguono temi esistenziali radicati in specchi, ascensori, stazioni vuote e desolate e bagni. Tutto con una sottile patina di morte, con il terrore di essere risucchiati dal nulla, in un mondo dove tutto è depauperizzato e dove trovano spazio madonne raffaellesche postmoderne fra spazzolini, bidè e lavandini: autoritratti che catturano.

ALTRI SÉ E STRANIAMENTI - Elisabetta Casella, piacentina, si muove nella pittura informale, con accenni gestuali enigmatici dove emerge un altro io, fra nudi femminili, fiori, silenzi di colore, forme e prospettive semantiche frammentate nelle superfici che si vorrebbe sfiorare. Il dinamismo, l’inquietitudine e il punto di rottura e di non ritorno si celano spesso dietro a stati di calma apparente, che l’occhio non distratto smaschera in un sottile gioco di linee e cromatismi. Tutto è accennato, velato dietro a patine estetizzanti all’insegna di parabole emotive che spuntano come rose squarcianti la materia, posta al margine. Claudia Waisman, argentina, pone al centro delle sue tele il bandoléon- la fisarmonica- tanto amato da Astor Piazzola, a cui rende omaggio con i titoli delle sue figurazioni presi dalle celebri melodie del musicista. In una prospettiva straniante, sfalsata e pluridimensionale lo strumento musicale è rappresentato nel nulla fra uomini microscopici ma tipizzati che vanno all’arrembaggio di questa insolita costruzione multiforme lottando, giocando, combattendo, volando con acrobazie e scatti: sagome minuscole che si sfiorano in una coreografia folle e irregolare.  

© Copyright Milanodabere.it - Tutti i diritti riservati