Cara Medea, una donna che fugge dall'Olocausto

Ai Filodrammatici la storia della maga diventa un mito moderno. Sul palco il dolore e il segreto di una madre

Il mito ai giorni nostri è su un marciapiede, con un abito nero, corto e scollato. Clacson, sirene e fari delle macchine avvolgono la donna, sola sul palco. A farle compagnia solo un vecchio telefono, da cui racconta la sua vicenda in italiano, friulano, sloveno, albanese e polacco. La telefonata d'amore impossibile, più volte interrotta e articolata in diverse lingue, confonde e disorienta. Cara Medea è la storia di una giovane donna che nel dopoguerra viene liberata da Sobibor, in Polonia, e cerca invano di raggiungere il paese dove si trova il marito.

Si rimane perplessi di fronte al percorso compiuto dal personaggio tragico: il suo viaggio è insensato, quasi folle. Passa per città che non sono effettivamente sul percorso e allunga notevolmente la strada, come alla ricerca di qualcosa. Facendo l'autostop, la donna incontra camionisti che le offrono un passaggio in cambio di prestazioni sessuali, per poi abbandonarla su un marciapiede. Ma il vero dolore di Medea è un grave segreto che la divora giorno dopo giorno. La sua anima lacerata sembra non trovare pace e si riduce a prostituirsi per dimenticare. Il monologo è un'occasione per riflettere sul ruolo della donna e sui legami affettivi più importanti. Scritto dal pluripremiato drammaturgo italiano Antonio Tarantino, lo spettacolo è ai Filodrammatici dall'11 al 23 ottobre. Tra gli applausi per l'eccezionale performance di Francesca Ballico, un pensiero va agli anni del dopoguerra. Guardandosi indietro, sembra di aver trascinato fino ai giorni nostri solo le pulsioni più cattive e crudeli, perdendo col passare del tempo ciò che di più genuino c'era a quei tempi: valori che tanto servirebbero, ora che la società si sta sgretolando.