Roberto Faenza

Il regista de "I Vicerè" racconta il suo film e dà la sua opinione sulla crisi del cinema italiano

L'ultimo film del regista torinese Roberto Faenza è I Vicerè, dall'omonimo romanzo di Federico De Roberto, paragonato a Il Gattopardo, a cui non ha nulla da invidiare. Libro e film raccontano la saga della famiglia catanese degli Uzeda, sullo sfondo la nascente Italia, il Trasformismo, la decadente nobiltà che non vuol perdere i suo posto al sole. Già nel trailer alcune battute restano nella memoria: "Adesso che l'Italia è fatta, dobbiamo farci gli affari nostri", dice Buzzanca, nei panni del Principe Giacomo. Il romanzo fu pubblicato nel 1894, ma ha ancora molto da dire.

Com'è nata l'idea di portare sullo schermo il romanzo I Vicerè?
"Il progetto dei Vicerè risale a otto anni fa, ma era molto difficile racimolare i capitali per produrlo. Così si è pensato al doppio progetto: film e film in due puntate per la tv, in modo da avere dei finanziamenti dalla RAI. Tra i due prodotti ci sono differenze: il film si concentra sul rapporto tra un padre tiranno e il figlio, Consalvo. Il prodotto televisivo si concentra più sulla famiglia, in senso corale. Il film è stato girato con la tecnica del cinemascope, mentre le puntate televisive hanno un ritmo più disteso, sono numerosi i primi piani. E' stato interessante raccontare la stessa storia in due maniere differenti".

E invece com'è stato lavorare con un cast dalle esperienze così diverse, come quelle di Alessandro Preziosi, Lando Buzzanca, Cristiana Capotondi e Lucia Bosè?
"In Italia ci sono pregiudizi che non permettono ad attori come Preziosi o Capotondi di essere visti come attori "da cinema", lo stesso vale per Buzzanca che viene da commedie leggere. E' un atteggiamento tipico del provincialismo italiano. In America attori come Bruce Willis o George Clooney vengono proprio dal piccolo schermo e nessuno sta ogni volta a sottolinearlo. Per me la vera rivelazione sarà Buzzanca, in un ruolo molto potente, quasi shakespeariano".

Le trasposizioni cinematografiche dai libri sono sempre un'operazione rischiosa, davanti a un buon romanzo però Lei non sembra indugiare dal volerne fare un film...
"Per i miei lavori "trasposizione" non è il termine giusto e nemmeno "adattamento". Io non credo ci sia alcun rapporto tra cinema e letteratura: sono due mezzi diversi, con obbiettivi diversi. Nel giudizio su un film tratto da un romanzo non deve esserci influenza dalla lettura del libro. In ogni caso, io mi ispiro ai romanzi perchè non ci sono più soggettisti, come lo era Flaiano ad esempio. Figure che davano idee ai registi, che poi le sviluppavano. Oggi il regista non ha più a disposizione questo ruolo".

La crisi del cinema italiano è un argomento frequente sulle pagine dei giornali, ma, paradossalmente, lo è anche la sua rinascita. Lei ha un'opinione a proposito?
"Io ho iniziato a fare cinema nel '68 e già allora si parlava di crisi. Il cinema in Italia è sempre in crisi perchè qui non c'è un'industria vera e propria del cinema, come negli USA ad esempio. Ma per me la vera crisi è la mancanza di coraggio da parte dei registi, si dovrebbe parlare di vera e propria autocensura.

Si spieghi meglio.
"L'istituto dell'autoncensura è comune tra i registi: sanno che certe cose non si possono raccontare perchè i finanziamenti arrivano o dallo Stato o dalle tv. Ognuno di questi ha i suoi interessi e le sue idee da difendere, perciò non ci si può permettere di dire tutto. Gli ultimi film coraggiosi sono stati quelli di Francesco Rosi, penso a Le Mani sulla città, ma anche al mio Forza Italia, del '78".

Si considera un regista "impegnato"?
"Ogni film nel suo piccolo è impegnato, ma la vera differenza nel cinema sta tra chi usa i film per fare soldi e chi usa i soldi per fare film".