Molto forte incredibilmente vicino recensione film

Molto forte, incredibilmente vicino

In sala l'adattamento del romanzo di Jonathan Safran Foer

New York, 2001: Oskar Schell ha nove anni e una passione autentica per le invenzioni, gli ossimori e le cacce al tesoro. Dotato di un'intelligenza fuori dal comune, forse è affetto da sindrome di Asperger. Di certo ha un padre, Thomas, saggio come Socrate e divertente come Robin Williams (o quasi), che lo incita a ispezionare Manhattan per esorcizzare paure e insicurezze. Poi arriva Il-Giorno-Più-Brutto e papà scompare, inghiottito dall'inferno delle Torri gemelle. Che senso ha morire perché uno sconosciuto si fionda con un aereo dentro a un palazzo in cui tu non dovresti nemmeno essere? A questa enorme domanda (e all'enorme cratere lasciato dalla morte del genitore) cerca di far fronte il piccolo protagonista di Molto forte, incredibilmente vicino, il film di Stephen Daldry (Billy Elliott, The Reader) tratto dall'omonimo bestseller di Jonathan Safran Foer.

LA SFIDA DI SAFRAN FOER - Tra i focus del romanzo, edito in Italia da Guanda, c'è l'indicibilità della tragedia umana, fatta (anche) di eventi inspiegabili come quelli dell'11 settembre. Lo scontro tra letteratura e realtà è palpabile: quante pagine servono per catturare i segreti del vivere? Quante per riconoscerli, scriverli, tramandarli, affinché qualcuno un giorno possa (se possibile) trovare un senso a tanto narrare? Il romanzo nasce quindi con un legame fortissimo con il suo medium, fatto di carta e di inchiostro.

LA VERSIONE DI DALDRY - Basta guardare la locandina per capire che la pellicola vorrebbe affrontare la stessa sfida: raccontare ciò che non si può dire. Ci si aspettava allora dal regista britannico un uso analogo del mezzo cinematografico, magari il ricorso a soluzioni visive d'effetto. Daldry ha preferito invece affidarsi a una narrazione "tradizionale", sfruttando flashback e primi piani, mentre la sceneggiatura di Eric Roth (Forest Gump) mantiene intatta la suspence del racconto e resta fedele al cuore emotivo della vicenda. Dopo due ore si esce dalla sala commossi e sgomenti ma senza aver saggiato quel colpo allo stomaco (o al cuore) sferzato da una scena che buca lo schermo. Lode al merito per Tom Hanks (Thomas), per il giovanissimo Thomas Horn (il piccolo Oskar) e per il grande Max Von Sydow, qui nei panni di un misterioso personaggio che -per non svelare troppo– ci limiteremo a qualificare come l'indicibilità fatta carne (e taccuino). In sala dal 23 maggio.