Amy Winehouse Film

Magica Magica Amy

Per tre giorni nelle sale, il documentario su Amy Winehouse, The girl behind the name

«La gente non si è mai accorta di quanto fossero personali e importanti i testi delle canzoni di Amy Winehouse (Asif Kapadia)»

"E ci ho messo degli anni a capire che la colpa era anche mia, a capire che ero stato un poco anch'io e ho capito che era tutto finto, ho capito che un vincitore vale quanto un vinto, ho capito che la gente amava me. Potevo fare qualcosa..." Sono queste le parole che Lucio Dalla dedica ad Ayrton Senna poco dopo la sua morte. Una canzone che si "tatua" così bene (tatua, non a caso) addosso ad Amy Winehouse, una che sapeva che era tutto finto e che la gente amava lei. E che poteva fare qualcosa.

Di sicuro, la leggenda della Formula Uno e l'artista inglese di Back to Black hanno in comune Asif Kapadia, regista che ha diretto il documentario prima sulla vicenda del pilota e ora sulla tormentata cantante dalla voce nera. Esce nelle sale italiane, infatti, e solo per tre giorni (15, 16 e 17 settembre), la pellicola che ripercorre la breve vita di Amy, straziante come la sua musica, in occasione del compleanno di lei (il 14 settembre avrebbe compiuto 32 anni).

a milano, per tre giorni, il documentario sulla vita di amy winehouse

Amy, the girl behind the name comincia con la festa di compleanno di un'amica della cantante che compie 14 anni. Un filmato amatoriale registra la futura stella della musica internazionale mentre intona un Happy Birthday da Grammy, come tutti quelli vinti da lì a poco.

Dalle feste con le compagne di scuola ai momenti più intimi e famigliari, il documentario, video dopo video, racconta in maniera diretta e sofisticata - body and soul, come intonava Amy al fianco di Tony Bennet - un rapido circuito, dall'adolescenza alla celebrità fino allo schianto finale: la morte improvvisa a soli 27 anni causata da un mix di alcol e farmaci.

A Milano, il documentario su Amy Winehouse

A Milano, il documentario su Amy Winehouse

Nel frattempo la solitudine, i tormenti, l'incapacità di gestire un invadente successo improvviso, la mancanza, sempre più frequente, di quei momenti famigliari e di quella intimità. Tutto mentre una tatuatissima pelle bianca ricopre una delle voci nere più interessanti di sempre (sono bastati solo due album per farlo capire alla discografia mondiale). E un enorme disagio cresce davanti agli occhi di tutti, che Amy ha provato a colmare con l'autodistruzione. Ho capito che la gente amava me, e potevo fare qualcosa, per tornare ad Ayrton.

Adesso è il momento di prestare bene attenzione. Perché la ragazza maledetta di Rehab non avrà segnato un'epoca come Jim Morrison, Hendrix, Brian Jones o Janis Joplin, gli artisti colpiti dalla maledizione della morte a 27 anni, proprio come la Winehouse, eppure anche Amy un pezzo di storia l'ha fatta (che poi, più che al Club 27, mi verrebbe da paragonarla a Marilyn, quasi per assurdo, ma da quell'Happy Birthday con cui comincia il film alla tragica morte, di cose in comune ce ne sono).

Così originale come lei, ultimamente, nessuna. Così profonda, oggi, forse pochissimi. La sua carriera, che coincide con la sua vita, è destabilizzante, e la pellicola in questione lo dimostra.

Sempre più magra, sempre più sola, sempre più alcolizzata. Anno dopo anno. Scena dopo scena (anche del documentario). Eppure sempre più brava. Si presti attenzione, si diceva. Da Love is a Losing Game a Wake Up Alone, già dai titoli si poteva comprendere un disagio in ascesa. Mentre la fama ti distrugge.

Guarda il trailer:

A Milano il documentario è proiettato in quasi tutte le sale cinematografiche della città, dal 15 al 17 settembre; cliccare qui per maggiori dettagli.

Correlati:

Guarda il Video