Crazy Stupid Love Recensione

L'amore, che fatica

"Crazy, Stupid, Love" racconta con brio il più cinematografico dei sentimenti

Schiacciata tra attesi film d'autore (Carnage di Roman Polansky) e blockbuster per adolescenti o piccini (Super 8, I Puffi), arriva nelle sale una commedia brillante sul più antico dei temi: il folle, sciocco amore. Crazy, Stupid, Love sa difendersi grazie a un cast di professionisti come Steve Carell, attore comico del Saturday Night Live, Julianne Moore, brava nel dramma come nelle parti più leggere e Ryan Gosling, promessa del cinema indie con un carnet di film in uscita per l'autunno da far invidia a qualunque collega (Drive, Le idi di marzo).

LA STORIA - Carell e la Moore sono Cal ed Emily: stanno insieme da sempre, hanno una bella casa, dei figli. A pochi secondi dall'inizio del film, arriva a bruciapelo la battuta di lei: "Voglio il divorzio". Rimasto solo (con un paio di corna), all'uomo non resta che fare fagotto. In suo soccorso arrivano l'incontro con Jacob (Gosling), un impenitente dongiovanni che lo aiuterà a recuperare la virilità perduta e l'inaspettata saggezza di Robbie, il figlio tredicenne di Cal. Il ragazzo convince suo padre a credere nell'anima gemella e lo spinge a riconquistare Emily. Intanto Cupido scaglia le sue frecce sui personaggi complementari: Robbie si innamora della sua baby sitter, che invece si innamora proprio di Cal, e persino Jacob incontra la ragazza che gli farà credere nel vero amore. La pellicola dimostra come negli affari di cuore sia facile combinare pasticci e tra imprevisti, colpi di scena, gag e battute divertenti e mai volgari, scivola verso il finale senza mai perdere ritmo. 

LE CHICCHE - Crazy, Stupid, Love non pretende di segnare le vite dei suoi spettatori, ma regala piccole perle di comicità e stile. Qualche esempio? Il tentativo di seduzione di Jacob sulle note di Time of your life, ricalcando il cult Dirty Dancing, la sequenza di shopping selvaggio che tocca in sorte a Cal (reo di avere un look alla "Steve Jobs") che richiama Pretty Woman, una ricca colonna sonora (Spandau Ballet e Goldfrapp fra i nomi), il prezioso cameo di Marisa Tomei nei panni di un'insegnante sedotta e abbandonata. Ultimo ma non ultimo, meritano una menzione il ruolo e il volto di Julianne Moore (classe 1960). Primo, perché una volta tanto è una lei a vivere la crisi di mezza età, secondo, perché lo splendido viso dell'attrice comincia a mostrare qualche (dignitosissimo) segno dell'avanzare del tempo. Moore non fa nulla per nasconderlo e sembra a suo agio in una situazione più unica che rara: a Hollywood, vedere anche solo una ruga scampare ai ritocchi in post produzione è praticamente impossibile. Doppio chapeau!