Il paese delle spose infelici Recensione film

Il paese delle spose infelici

La provincia pugliese si fa specchio dell'Italia nel primo lungometraggio di Pippo Mezzapesa

L'assolata Puglia sembra mettere d'accordo turisti e registi: attira gli uni e gli altri. Dopo Mine vaganti dell'affermato Ferzan Ozpetek, Fandango produce una nuova storia ambientata nella regione affacciata sull'Adriatico. Stavolta però niente "glamour" salentino: Il paese delle spose infelici dell'esordiente Pippo Mezzapesa va in scena in provincia di Taranto.

LA STORIA - È qui che vivono Veleno, un quindicenne di famiglia borghese, e i suoi amici. Quando scendono nel campo di calcio però le diversità si appianano in nome delle stesse vittorie, delle stesse sconfitte, degli stessi sogni di gloria. Si tratta di piccoli sogni, come quello di un ingaggio in un club del pallone che apra le porte del futuro e permetta una fuga dalla desolazione della provincia. Finché un giorno la banda di ragazzi assiste al tentato suicidio di una giovane sposa. L'estremo gesto viene fermato e la ragazza diventa per Veleno e i suoi oscuro oggetto del desiderio ed esempio di un'umanità "altra".

OLTRE LA PROVINCIA - Mezzapesa racconta in immagini la vicenda narrata dal romanzo di Mario Desiati: attraverso il contrasto tra colori smaglianti e paesaggi spogli prende vita la storia di un gruppo di adolescenti diviso tra l'energia tipica di quell'età e le stagnanti atmosfere della provincia. Ma le tematiche sconfinano oltre, per misurare la condizione di un Paese intero, l'Italia. Sterile di grandi sogni non è il Tarantino, non è la Puglia: è una nazione che concede ormai poche aspettative a chi la abita e ancor meno punti di riferimento. Il paese delle spose infelici è un film ambizioso nel voler rappresentare un presente complesso, ma paga il tentativo del regista di rimanere fedele a una poetica visiva fatta di lievità e di delicatezza. Resta l'impressione che Mezzapesa avrebbe forse potuto osare di più.