Dino Risi, regista dell'Italia "povera ma bella"

Scompare uno dei padri della commedia all'italiana: "Sono i giovani i miei eredi legittimi"

Il cinema è da sempre specchio nascosto della realtà. I film di Dino Risi, uno dei padri della commedia all'italiana, hanno traslato sul grande schermo mezzo secolo di Belpaese. Il regista milanese, scomparso all'età di 91 anni, ci lascia in eredità una sterminata filmografia.

LO SPECCHIO DEL BELPAESE - Ironico quanto bastava per fargli prendere le giuste distanze dalla macchina da presa, pungente al punto giusto per mettere scompiglio tra buffi clericali e noiosi bigotti da Prima Repubblica, intellettuale travestito da burlone per cuocere una commedia sul fuoco della tragedia, Dino Risi ha saputo fotografare il Belpaese tra alti e bassi: il terrazzino delle civetterie e teneri amori dello splendido Poveri ma belli (1956) diventa il luogo ideale e reale per circoscrivere la quotidianità dell'Italia del Boom; il tortuoso percorso di La marcia su Roma (1963) spiffera la disperazione della guerra; le contraddizioni irrisolte di Una vita difficile (1961) mettono a confronto partigiani e borghesi reazionari; un ritaglio di cronaca bussa alla porta dell'immaginazione degli anni di piombo in In nome del Popolo Italiano (1971).

ATTORI PER UN REGISTA - Ma Risi ha saputo offrire a tanti volti del cinema italiano ruoli e parti capaci di valorizzare il ruolo attoriale: irrinunciabile il Sordi di Il Vedovo e il Mattatore; tenerissima la Valeri di Il segno di Venere; superbo il Gasmann di Il Sorpasso e Profumo di donna; vaporoso il Mastroianni di La moglie del prete e Fantasma d'amore; brillante il Tognazzi di In nome del popolo italiano.

IL SORPASSO - Il suo film-manifesto resta l'euforico Il Sorpasso, dove la commedia all'italiana si libera dallo schiavismo della battuta spicciola per gettarsi tra le braccia della tragedia. Nel 2001 ho visto la pellicola restaurata al Festival del Cinema di Venezia e mi ha stupito vedere la sala del Palazzo del Cinema gremita di giovani. Avvicinandomi a Risi, lui ha replicato commosso: "Non ho nessun commento da fare. Di fronte agli applausi di tutta questa gioventù, persino un vecchio signore del cinema come me resta ammutolito. Sono loro i miei eredi legittimi”.

L'EREDITA' -  Sarà stata pure facilona e credulona, ma l'Italia di Risi era "povera, ma bella". Quella gioventù spontanea e sincera, vagante ancora nell'argento del bianco e nero, è distante per fortuna dalle comitive borghesi e patinate dei teen-movie alla Moccia. Eppure, in quelle caricature accese di I mostri (1963) e I nuovi mostri (1977) è scritta una minuscola profezia, raccontata dal cinema italiano di questi giorni: la mostruosità di Gomorra di Garrone o il puzzo fetido del letamaio politico-italiano di Il Divo di Sorrentino hanno a che fare con qualche intrusione di Risi, che forse con la sua ironia avrebbe addolcito lo smarrimento di questi giorni.