Addio a Claude Chabrol, maestro del Cinema che sapeva "raccontare"

La Francia piange il suo grande cineasta e noi abbiamo il dovere di rileggere la sua opera

Corre voce che il cinema francese sia in lutto. Il nome di Claude Chabrol, quell'arzillo signore ottantenne, è molto più di un altro trancio della Nouvelle Vague che se ne va, dopo l'anarchico Godard, il fantasista Romher e il filosofo Truffaut. E qui non è un suo titolo nella filmografia francese, Le Beau Serge per l'appunto, a racchiuderlo dentro o fuori questo movimento. I cinefili commettono sempre lo stesso errore, e mi ci metto pure io: quello di liquidare un regista per la comunione di un dogma – non significa questo far parte di una corrente di pensiero? – senza contare che c'è chi cerca col tempo di superarlo. Il grande merito di Chabrol è stato questo e noi perdiamo una grande opportunità, quella di continuare a confrontarci con un occhio lucido che, attraverso la macchina da presa, ha sottomesso la voracità del racconto cinematografico ad una profonda riflessione sul mondo circostante.

OLTRE LA NOUVELLE VAGUE - La cinematografia di Chabrol non è mai andata in pensione, nonostante le avances di pellicole come I cugini (1959) o L’amico di famiglia (1973) siano datate. Il regista parigino si è sempre rimesso in gioco e lo dimostra un film magnifico come Il buio nella mente (1995). Il bagno di sangue e i morti ammazzati di quella sceneggiatura non evocano solo l'oscurità del teatro elisabettiano, nei meandri di un testo sepolto come La Duchessa di Amalfi di Webster, ma vengono "prima" e "dopo" gli orrori che nascondeva la piccola provincia francese: prima del dolore delle banlieue parigine, prima del finto sorriso di Sarkozy; dopo il socialismo machiavellico di Mitterand, molto dopo i rimorsi di un colonialismo andato in cancrena.

L'INCONTRO - Ho avuto la fortuna di incontrarlo ed intervistarlo dieci anni fa, proprio di questi giorni. Lui mi scambiò per uno studente di cinema ed io ne fui contento, perché chiacchierammo in un bar con la stessa partecipazione emotiva che legava un allievo al suo maestro. Chabrol sembrava "un contadino" appena tornato dai campi, con quelle mani ruvide di chi aveva appena aratro la terra. Mi disse: "Mi sono accostato alla macchina da presa con lo stesso atteggiamento di chi viene dalla periferia". A distanza di anni quella riflessione mi porta a pensare che abbiamo il dovere di rileggere il cinema di Claude Chabrol, anche agli occhi di una massima di Charles Bukowski: "L'anima libera è rara, ma quando la vedi la riconosci, soprattutto perché provi un senso di benessere quando gli sei vicino".