Woody Allen e American Apparel

Provaci ancora, Woody

Lite chiusa a suon di risarcimenti tra il regista di "Io e Annie" e American Apparel

È una vittoria a metà quella del vecchio Woody Allen sul "signor" American Apparel. Lo scorso aprile, il regista di Match Point aveva fatto causa alla casa d'abbigliamento "fighetto-alternativa" di Los Angeles che aveva utilizzato il suo volto per un manifesto pubblicitario.

Le cose sono andate così: da qualche giorno American Apparel aveva tappezzato la Grande Mela con un'immagine in primo piano di Allen tratta dal film Io e Annie, in cui il regista appariva in tenuta da ebreo chassidico: barba lunga, treccine payot e copricapo nero d'ordinanza. La scritta in yiddish sormontava quella del nome del brand. Il cineasta si sarebbe stizzito, a causa di un danneggiamento della propria reputazione secondo alcuni, a causa di permessi mai chiesti (e dunque di soldi non incassati) secondo altri. Da qui la causa intentata da Allen a Mr. American Apparel, ovvero a Dov Charney, fondatore -ebreo, peraltro- del marchio, il quale ha rilanciato in maniera forse poco signorile, mandando il suo legale a dire "Nel chiederci 10 milioni di dollari Allen dimostra di sovrastimare la sua immagine che oggi vale ormai poco: dopo i suoi vari scandali sessuali dubitiamo che le corporation americane vogliano usarlo come testimonial dei loro prodotti". Come dire: Woody, dovresti ringraziarci, anziché arrabbiarti. Alla fine i due contendenti hanno patteggiato e American Apparel ha un risarcito il filmaker con 5 milioni di dollari.

Quel che è certo, è che alla fine questa vicenda sia stata un grosso spot sia per  American Apparel, sia per Woody Allen, forte della presentazione del suo ultimo film Whatever Works, girato a New York dopo anni di "soggiorno" europeo. Presentato al Tribeca Film Festival, è stato accolto con entusiasmo dal pubblico. Bene o male, purché se ne parli...